25 aprile: anniversario della liberazione dell’Italia dai tedeschi invasori e fine della dittatura nazifascista

Quel giorno di quel lontano 1945 su tutti i comuni italiani un vento fortissimo fece sventolare le bandiere della  libertà, scompigliò i fiori degli alberi di una nuova primavera  e spazzò vie le lacrime di una guerra disperata.

di Ersilia Di Palo

Il 25 aprile  2020 ricorre il 75esimo anniversario della liberazione dell’Italia dai nazisti e fascisti.

Quel giorno di quel lontano 1945 su tutti i comuni italiani un vento fortissimo fece sventolare le bandiere della  libertà, scompigliò i fiori degli alberi di una nuova primavera  e spazzò vie le lacrime di una guerra disperata.

Settantacinque anni fa il nazismo e il fascismo furono annientati da una lunga e appassionata lotta di liberazione, condotta dai partigiani italiani fin dal 1943 insieme agli Alleati angloamericani che, dalla Sicilia, risalirono in armi tutta l’Italia fino alle grandi città del Nord.

Molti partigiani italiani caddero sotto il fuoco dell’odio nemico, impiccati, fucilati, torturati, deportati e internati nei lager nazisti, perché libertà e giustizia costituissero il fondamento di una nuova patria.

Cantavano “Bella ciao”, canzone folkoristica, simbolo della resistenza contro l’invasore, che,  ancora oggi ad ascoltarla, trasmette  un sentimento di appartenenza e di fratellanza ad un popolo e un messaggio di libertà.

Una mattina mi son svegliato, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, una mattina, mi son svegliato, e ho trovato l’invasor. O partigiano, porta mi via, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, o partigiano, portami via, che mi sento di morir. E se io muoio da partigiano, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, e se io muoio da partigiano tu mi devi seppellir. E seppellire lassù in montagna o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, seppellire lassù in montagna, sotto l’ombra di un bel fior. E le genti, che passeranno, o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, e le genti che passeranno mi diranno che bel fior. E questo è il fiore del partigiano o bella ciao, bella ciao, bella ciao ciao ciao, e questo è il fiore del partigiano, morto per la libertà”.

Parole semplici, come semplici erano le persone che le cantavano, di qualsiasi età e ceto sociale, che  raccontano di quella storia che vide insieme moltissimi partigiani, tutti fieri di essere italiani, tutti fratelli, uniti da un identico sentimento di appartenenza, al di sopra di ogni fede politica e religiosa, ad inneggiare alla libertà, alla giustizia e ad una patria libera da ogni oppressione e dittatura

In quei giorni memorabili, i partigiani italiani si lanciarono contro l’odiato oppressore nazi-fascista,  in un’eroica lotta, sino all’ultimo sangue e, consapevoli di dover morire, chiedevano di essere seppelliti lassù, sulle montagne, in quei luoghi nei quali avevano lottato  per la libertà, all’ombra di un fiore, a simboleggiare ai passanti la  rinascita dall’oppressione nazi-fascista.

I partigiani sono ancora là, su quelle montagne, tutti serrati intorno al monumento della Resistenza,  morti, ma a testimoniare  ancora lo stesso impegno e lo stesso grido di giustizia e libertà.  A dar loro la luce è  la  speranza che le generazioni future possano continuare a camminare  su quei sentieri da loro tracciati.

Quel  richiamo alla libertà che si presentò una mattina di fine settembre del 1943, come un vento caldo, impetuoso, inarrestabile e trascinatore di coscienze, che  mentre  portò scompiglio e panico nelle schiere dei servi del potere,  risvegliò  gli animi assopiti dai cupi ritornelli della menzogna fascista.

Quel vento caldo che ebbe il suo faro nascente dal di dentro della città di Napoli e come ci testimonia Erri De Luca: “era una domenica di fine settembre, finalmente piove e sento in bocca a tutti la stessa parola, sputata dallo stesso pensiero: mo’ basta. Era un vento, non veniva dal mare ma dal di dentro la città: mo’ basta, mo’ basta. Se mi chiudevo le orecchie, lo sentivo più forte. La città cacciava la testa fuori dal sacco. Mo’ basta, mo’ basta”.

Era il grido di esasperazione dei napoletani, stanchi di esecuzioni indiscriminate, di  saccheggi tedeschi e di  rastrellamenti che avevano messo in ginocchio l’intera città di Napoli.  Fu quel grido, che sempre più velocemente saliva dal ventre dei suoi vicoli, delle sue strade, dei suoi cortili, che spinse molti napoletani a radunarsi, non per odio, ma per dignità, decisi a  riscattare l’orgoglio della propria città e a sacrificarsi sull’altare della democrazia.

Fu quel grido di esasperazione  che arrivò fino al cuore di intrepidi fanciulli, tra i quali Gennarino Capuozzo, Pasquale Formisano e Filippo Illuminato, che,  inneggiando alla libertà,  avanzarono coraggiosamente sotto le raffiche delle mitragliatrici tedesche,  fino a quando non caddero esanimi a pochi passi dai carrarmati nemici, nell’atto di scagliare la loro ultima  bomba per la libertà e la giustizia.

In quei  quattro giorni  di fuoco  interminabili, dal 27 al 30 settembre del 1943,  Napoli, abbandonata al suo tragico destino, senza ordini dall’alto, senza esercito, in mezzo a voci contrastanti, agì per ribellarsi, per non soccombere, combattendo  con armi, ma anche con strumenti diversi,  con mobili, materassi, vasche da bagno, che  gettati dai balconi e dalle finestre sbarrarono  la strada al nemico.

Da soli, uomini, donne, bambini, studenti, negozianti, tassisti, combatterono con superbo slancio patriottico e in mezzo al lutto e alle rovine riuscirono a trovare la forza per cacciare dal suolo partenopeo le soldatesche germaniche, sfidandone la feroce disumana rappresaglia. Col suo glorioso esempio, Napoli additava a tutti gli Italiani la via verso la libertà, la giustizia e la salvezza della Patria, meritando la Medaglia d’oro al valor militare riconosciutale con decreto del 10 settembre del 1944 dal Governo Provvisorio.

Il 25 aprile  finalmente si compiva il miracolo della liberazione del territorio italiano da fascisti e nazisti. La liberazione, degna conclusione della lotta partigiana, apriva all’Italia le porte di un destino diverso, assolutamente migliore di quello cui aveva inteso avviarlo il Fascismo.

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