Blockchain, una riflessione atipica sul database di transazioni condivise e approvate dalla rete

di Marco Marchesini

Si sente spesso parlare della tecnologia blockchain come il nuovo futuro che avanza, l’innovazione che ci trasporterà verso una nuova era dell’internet e che riscriverà molte di quelle realtà che abbiamo sempre inteso in un certo modo. Sicché in molti si stanno preparando a questa nuova ventata di cambiamenti che soffierà imperante e sarà destinata a sconvolgere l’assetto della rete. Di fatti è così che vengono chiamate questo tipo di tecnologie: disruptive, ovvero dirompente, sconvolgente, una rottura che termina un processo che si è sempre perpetrato in un modo e lo stravolge, cambiando il modo di intenderlo. L’idea che giace dietro questa innovazione dirompente (disruptive innovation, per l’appunto) è tanto geniale quanto semplice.

Siamo sempre stati abituati a pensare le transazioni economiche come processi centralizzati (in banche, istituti finanziari e governi) che distribuiscono beni e si pongono come garanti e intermediari per assicurare il corretto trasferimento di denaro da una parte all’altra. Satoshi Nakamoto (il presunto ideatore di questa tecnologia) si è però posto una domanda molto semplice: e se così non fosse? E se le transazioni avvenissero peer to peer, da pari a pari, singolo verso singolo senza niente in mezzo? Ed ecco l’idea. E nella fattispecie? Blockchain, ovvero “catena di blocchi”.

Ricordate il caro vecchio Libro Mastro, dove venivano annotate tutte le transazioni economiche accese, con debiti, credi e quant’altro? Ecco come il signor Nakatomo ha immaginato la sua tecnologia dirompente. Poniamo che A debba traferire per qualche motivo dei soldi a B, e come lui ci siano altri centinaia o migliaia di utenti desiderosi di fare altrettanto. Tutte queste transazioni vengono segnate e raccolte in un grande surrogato digitale di un libro mastro che viene chiamato “blocco”. A questo punto, tale libro virtuale dove sono state registrati tutti questi spostamenti di denaro (anch’esso virtuale) viene reso pubblico e ogni altro utente della rete viene reso partecipante attivo della realizzazione di tale transazione. In sostanza, tutti gli altri utenti della rete osservano il trasferimento di denaro e, se tutto è regolare, lo approvano e il blocco così formato e certificato viene inserito all’interno della più ampia catena (blockchain, per l’appunto) alla quale tutti possono accedere. Tempo stimato per la realizzazione: in media dieci minuti. Ma è sicuro, viene da domandarsi, questo procedimento che rende tutto pubblico? Sì, perché i cosiddetti “portafogli” che si scambiano moneta (virtuale, ovvero criptomoneta o criptovaluta) sono freddi codici impersonali e ogni transazione viene a sua volta crittografata mediate un processo che, data la sua natura decentralizzata, lo rende del tutto sicuro. Non essendoci un centro unico da attaccare per sottrarre dati di sorta, il lavoro per l’ipotetico hacker diventa pressoché impossibile.

Ed è così che questa frenesia è cominciata. Non solo a causa di tutte quelle storie di giovani investitori che, puntando su una criptomoneta, si sono trovati sommersi dai soldi, bensì questa tecnologia dietro il funzionamento di queste ha attirato l’attenzione di moltissimi settori economici. Si è subito dichiarato l’inizio del tracollo delle banche e di ogni tipo di intermediario; lo stravolgimento del mondo delle assicurazioni, della cybersecuity, del voto elettorale, fino a quello della scuole; eliminare finalmente dalle transazioni la sfiducia reciproca di due sconosciuti e, anzi, farne la propria forza. Ed è così che Io sento di dover rallentare. Ho il capogiro a pensare ad un futuro così lontano e diverso da come lo concepisco. Vedo la realtà scorrere troppo velocemente e temo di impazzire, come i primi viaggiatori che salirono per la prima volta su un treno e, affacciandosi dal finestrino e osservando un fiume di alberi e paesaggi, uscirono fuori di senno. Io non credo questa rivoluzione sia alle porte e che quindi dobbiamo prepararci ad uno sconvolgimento totale.

La blockchain è senza dubbio una tecnologia innovativa e “dirompente”, come ci piace chiamarla, ma ritengo che, come ogni grande invenzione, sia arrivata troppo presto.

Vi si sono riversate già troppe speranze e idee che ci fanno immaginare un futuro che senza dubbio ci lascerà delusi quando giungerà. C’è chi si opporrà strenuamente contro questa tecnica, perché per alcuni la posta in gioco è davvero troppo alta, e senza dubbio gli strumenti e le potenzialità, ai suddetti, non mancano. Non credo nemmeno in questa grande “democratizzazione” della moneta e delle transazioni economiche, questo renderli di tutti e indirizzati tutti, controllati da tutti e quindi da nessuno in particolare, se non altro perché la strumentazione fisica che permette di inserirsi in questa nuova grande comunità virtuale non è affatto accessibile a ognuno. È un meccanismo che crea competizione e, come tale, soggetta al monopolio del “più forte” il quale di solito coincide con chi ha più opportunità. Far parte di questa società decentralizzata e collettiva richiede competenze, che non tutti possiedono o hanno la capacità o la voglia di possedere; di sicurezza, il cui concetto è veramente lacerato e traballante; e soprattutto richiede responsabilità, di cui non tutti vogliono farsi carico. La stessa che si cerca sempre di allontanare o delegare. Vedo all’orizzonte non una decentralizzazione totale ma una centralizzazione sparsa nelle mani di nuove élite del mondo virtuale o di quelle realtà che renderanno effettivi i processi avvenuti virtualmente, perché non dobbiamo scordarci che le ripercussioni sono sempre materiali e quindi corruttibili e imperfette. Lo abbiamo imparato con i social network: nati con l’intento di sbloccare la socialità e rendere la comunicazione universale e sempre accessibile, ha invece creato un’infinità di sotto-comunità chiuse nella loro realtà, come se le persone li avessero usati per cercare i propri simili e con questi creare delle società chiuse che mutualmente plasmano le proprie identità chiuse.

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