Corea, il gradino che si consumerà

di Marco Marchesini

Ci sono voluti 65 anni di tensione e timori, milioni di morti e famiglie divise, per compiere un gesto così semplice e così significativo. Lì, sul 38° parallelo si trova un confine demilitarizzato, uno dei più tesi e dei più minacciati. Una sottile linea immaginaria che si dovrebbe trovare  soltanto sulle cartine, ha conosciuto una vera realizzazione fisica ed è diventata il punto in cui due fratelli si squadrano con sguardo minaccioso. Eppure è stato semplice: al leader nordcoreano è bastato scavalcare un muretto di appena qualche centimetro per compiere un gesto che le tv coreane trasmetteranno incessantemente negli anni a venire. Appare quindi all’orizzonte la concreta possibilità di veder sventolare un’unica bandiera che rappresenti tutta la penisola, la stessa che abbiamo visto ondeggiare durante i giochi invernali di Pyeongchang. Chissà che uno straordinario evento sportivo non possa davvero placare due cuori da anni in lotta.

Forse. Ma sembra più probabile che il motivo della riappacificazione fra i due (se non ardisco troppo) connazionali abbia radici meno nobili e cinematografiche, e più concreti e realistiche. Indispensabile sono stati anzitutto gli interventi esterni, come la politica di Trump, che contro i pronostici di molti si è rilevata efficace. Il presidente americano è riuscito ad equilibrare il pugno duro, fatto di tweet minacciosi che per giorni hanno fatto rabbrividire il mondo, a una sotterranea e meno esplicita apertura, che in questa fase finale si è scoperta decisiva. Non bisogna scordarsi che gli  USA sono un grande e fondamentale alleato di Seul, che ovviamente esige non solo una “denuclearizzazione completa, verificabile e irreversibile” in Nord Corea, ma anche un ruolo da protagonista per il Sud Corea nello stilare il trattato di pace che sancirebbe la fine di un debole armistizio e metterebbe nero su bianco la parola fine al conflitto. D’altronde, se Seul sarà protagonista, di riflesso lo sarà anche Washington, che di certo non lascerà che la creazione di una nuova superpotenza in estremo oriente (perché con ogni probabilità è questo ciò che nascerà sul 38° parallelo) sfugga al proprio controllo. Di contro, Kim Jong-un, nonostante sembri anelare la pace più di ogni altro, difficilmente rinuncerà al suo arsenale. Probabilmente ne congelerà solo la produzione. Ma bisogna riconoscere che il dittatore nordcoreano è riuscito (in maniera quantomeno discutibile, ma sicuramente nella stessa lingua in cui si comunica nello scacchiere internazionale) a far arrivare la sua voce forte e chiara.

Nei successivi mesi dunque dovremmo veder stilare un trattato di pace, nero su bianco, che si sostituirà al formale armistizio in vigore da 65 anni. La comunità internazionale si dice ottimista, ma l’unico neo che stona sembra essere quello di un’ultima, disperata strategia di Kim Jong-un di prendere tempo per ottenere concessioni a breve termine con l’obiettivo di risanare un minimo l’economia del suo paese, dilaniata dai vari blocchi commerciali imposti. Forse un tentativo di separare Seul dall’appoggio cruciale di Washington? Vedremo. Nel frattempo, mentre sotto  tutto il resto si muove freneticamente per assicurare al popolo coreano uno stato (e uno solo) in cui vivere, in superficie possiamo vedere due visi aggrottati che si guardano in cagnesco da anni, finalmente sorridersi e guardarsi con speranza, nell’agognato momento in cui davvero quel gradino di pochi centimetri sarà “consumato” sotto le suole del popolo coreano, “il nostro popolo” come ora piace chiamarlo Kim Jong-un.

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