Elezioni Politiche: vincitori e vinti, ribaltata la geografia politica del Paese

di Marco Marchesini

La scorsa settimana, in una sola nottata di allarmi e speranze, alcune città italiane si sono sorprendentemente svegliate coperte da una soffice coperta di neve. Un regalo stupendo per alcuni, una grossa frustrazione per altri. È stato disorientante notare come il paesaggio sia potuto cambiare in così poco tempo: una manciata di ore durante il sonno dei suoi abitanti sono bastati a dare un volto nuovo alle città che più di altre non scommetteresti mai di trovare conciate in quel modo. Eppure in qualche modo lo si immaginava: allerta meteo, scuole chiuse, corse cancellate. Non tutti concordavano sulla meraviglia dello scenario, ma il repentino cambiamento fu per tutti sconcertante. Quanto basta poco alla Natura per cambiare e sconvolgerci.

Ma se è vero che anche l’uomo è parte della Natura, vuol dire che anche noi stessi possiamo sconvolgerci in pochissimo tempo, stravolgendo i panorami che ci riguardano. Anzi, forse siamo anche più rapidi. Non ci è servita tutta la notte, è bastata qualche ora dopo le 23 (di domenica 4 marzo) per ribaltare la nostra geografia politica. Qualche ora per far nevicare in tutta Italia. Anche la scorsa notte è stata una notte di allarmi per alcuni e speranze per altri, ma ad un occhio attento che osserva alcuni squarci di realtà che possono essere rivelatori, il sentore di tale sconvolgimento lo si poteva già percepire nell’aria. L’Europa e la deriva estremista, l’insorgere di partiti sempre più chiusi e xenofobi, la tanto temuta “marea nera” che sembra risalire in tutta Italia, i discorsi che si origliano per strada e nei bar. Tutto questo costituisce la nostra personale corrente gelida, il nostro “Burian”, formatosi e coltivatosi per mesi e mesi nella sola attesa di quella notte in cui riversare una spropositata quantità di fiocchi in giro per l’Italia.

Una notte che dunque ha dichiarato vincitori e vinti, alcuni hanno dei nomi e delle facce, altri sono solamente concetti volatili.  Ha vinto l’irrazionalità e l’impetuosità del sentimento, chi in quella croce sulla scheda elettorale ha riversato rabbia e delusione, nati dal progressivo assottigliamento di quel filo di fiducia che lega il cittadino alla politica. Ha vinto la vendetta esclusivamente personale di chi ha visto sulla propria pelle i tagli che infliggono il tradimento e lo sconforto, di chi crede che il volto afflitto di un leader perdente sia come una morbida garza con cui medicare le proprie ferite. Ha vinto la claustrofobia di chi si sente rinchiuso in una realtà scomoda e stretta e che per questo incolpa chi da fuori, si suppone, stringa in una morsa sempre più asfissiante il proprio angolo di terra. Hanno vinto la rabbia, le urla e l’incertezza. La confusione di chi, in un marasma dove ognuno punta il dito contro l’altro, dove ognuno urla sentenze di colpa sull’altro, ha scelto di seguire come un faro la voce che si più ergeva sopra tutti gli altri. Ha vinto la paura, ma non quella di una deriva estremista e inconsistente, ma quella di un “diverso” non meglio identificato.

Hanno perso la coesione e la cooperazione negli interessi e negli obiettivi comuni in cui si crede e di cui si ritiene vitale il raggiungimento. Al loro posto trionfa l’individualismo e l’opinione propria. Ha vinto il singolo che si oppone, la figura sola e autoritaria che provvede per sé stesso senza chiedere nulla a nessuno e che si erge a esempio sopra ogni ideologia. Ha perso il sentimento che muove i viaggiatori e che crea l’avventura, quel sentimento a volte incosciente ma tremendamente umano, lo stesso desiderio che ci spinge fin sulla luna: la curiosità. Ha lasciato il podio alla paura e al timore del rischio. Hanno vinto le confortanti quattro mura di casa, le stesse arcinote pareti che negli anni abbiamo solo ripitturato. Infine ha perso la calma continuità di un ruscello, che tenta di scorrere creandosi un letto sempre più confortevole. Ha lasciato il podio alla singhiozzante impetuosità di questa modernità liquida ed incerta, spaventata e mutevole per definizione che troppo spesso e troppo invano si tenta di fermare in forme predefinite. La modernità scorre in avanti e tentiamo di rallentarla rifugiandoci nel vecchio e conosciuto, che ci conforta poiché non cambia più, invece che tentare il balzo in avanti per facilitare il corso di questo flusso. Ha perso la pianificazione perché il futuro spaventa, sempre così imprevedibile e velocissimo a giungere, come una città che tutta s’inneva in una sola notte.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.