Giovani, la generazione che non c’è

Dove si dirige un Paese che non punta e non si fida e non capisce i propri giovani, ovvero il proprio futuro?

di Marco Marchesini

Decine di quotidiani nazionali hanno aperto questa settimana con un impietoso resoconto dei dati dell’ultima ricerca di Eurostat, secondo cui il nostro Paese si trova nuovamente a giocare l’indecente ruolo di “fanalino di coda dell’Europa”. Questa volta si parla finalmente di giovani (questi sconosciuti), ma lo si fa, ancora una volta, in maniera superficiale e, verrebbe da dire, derisoria.

I dati hanno infatti rivelato che più del 66% dei giovani italiani tra i 18 e i 34 anni vive ancora a casa con i propri genitori, segnando così un incremento della percentuale rispetto all’anno scorso, e aumentando ancora di più il divario con i dati che arrivano dagli altri paesi (per esempio con il 14,9% del Regno Unito, il 13,5% della Francia e il 17,3% della Germania, per non parlare dei paesi del Nord Europa dove resta al di sotto o poco sopra il 10%). Insomma, eccoci confermata di nuovo la presenza di questa figura simbolo dell’italianità: il mammone. È così che i quotidiani si sono riferiti a questa categoria di giovani adulti, mettendo del tutto fuori discussione la possibilità che il motivo che spinge così tanti italiani a rimanere a casa sia ben altro che una smodata affezione verso la propria mamma.

Ma d’altronde è così che siamo abituati a sentir parlare di “giovani”, di cui si parla solo quando ce n’è da parlar male, da deridere, a cui le vecchie generazione si riferiscono additandoli come generazione perduta, senza sforzarsi minimamente di comprendere le problematiche e i valori che invece gli appartengono. La “vecchia Italia” riconosce ormai una sola narrazione della gioventù del suo tempo, cioè quella del fannullone che pensa al divertissement e non vuole emanciparsi, perché questo è l’unico racconto che si fa di questa generazione che da parte sua rimane muta e non riesce ad esprimersi, a mostrare alla società i propri problemi e i propri nuovi valori, inevitabilmente diversi, se non contrapposti, a quelli delle vecchie generazioni.

Abbandonata, inesistente, incompresa, e non calcolata: è solo così che questa giovane generazione sembra esistere, o meglio, non esistere. Perché invece di affrontare la questione del ragazzo a casa che “non vuole lavorare”, liquidiamo il tutto riferendoci ad esso come “mammone” scansafatiche? Perché piuttosto la società non si guarda allo specchio cercando di osservare il disagio di migliaia di giovani che vogliono lavorare, emanciparsi, fare, ma sono impossibilitati da un sistema che non li considera ed anzi, a volte sembra tagliarli fuori del tutto?

Soltanto la settimana scorsa usciva il rapporto annuale del Censis sulla situazione sociale del Paese, dove veniva fuori un’Italia incattivita e delusa. Ma il dato più importante e indicativo, purché tragico, è quello che riguarda l’investimento verso Cultura e Istruzione, dove l’Italia si attesta fra gli ultimi paesi che si interessano a riguardo, in Europa. C’è poi l’alta percentuale di abbandoni universitari (quasi doppi rispetto alla media europea), lo scarso numero di laureati e quello invece altissimo di giovani disoccupati. Insomma, Italiani che investe sempre meno nella loro istruzione, precludendosi un’infinità di occasioni per schiarire un futuro che ci appare sempre troppo nero e di occasioni per migliorare la competitività, non solo per quanto riguarda il singolo, ma anche e soprattutto in quanto società.

Guardando i dati che arrivano dalle manovre ultime del Governo, la situazione non sembra affatto cambiare. I provvedimenti varati riguardano soltanto la “vecchia Italia”, quella del pensionato o del pensionamento prossimo, quella che gioverà più di tutti di questa serie di operazioni che gettano sulle spalle dei giovani (futuri o già) contribuenti la spesa con cui la vecchia generazione si sostenterà. Un’Italia al contrario, insomma, che sostiene la vecchiaia sulle spalle della gioventù. Dove si concentrano allora le speranze dei giovani? Dove sembra esserci un ambiente che si prende cura di loro, ovvero dovunque si possa spendere o acquistare un minimo di visibilità: il Social.

Nell’Italia disperata e disperante, si fa sempre più affidamento ad un futuro su una qualche piattaforma digitale già satura di contenuti, piuttosto che sull’istruzione e sul lavoro dove invece sono richieste competenze più specifiche e meno immediate. La competenza sul social network al posto della competenza nel mondo reale: sembra essere un copione già visto, perché ogni giorno osserviamo esempi di persone incompetenti il cui unico pregio è quello di saper comunicare bene nei canali giusti. Ben inteso, non si parla solamente degli esempi che arrivano dal mondo degli “influencer” di Instagram, ma anche e soprattutto da quello della politica.

Dov’è la considerazione e la cura verso le nuove generazioni? Dove si dirige un Paese che non punta e non si fida e non capisce i propri giovani, ovvero il proprio futuro? Sembra che la politica e la società abbiano distolto definitivamente lo sguardo dalle giovani generazioni che ancora sognano e lavorano per emanciparsi e farsi sentire, che coltivano la propria passione e non hanno paura di gridare al mondo che loro ci sono, esistono e valgono molto.

Giovani come Antonio Megalizzi, il giornalista e radiofonico trentino ucciso nell’attentato di Strasburgo avvenuto lo scorso 11 dicembre. Giovani che non trovano spazio nemmeno dopo la tragedia, ignorati da una politica troppo impegnata a coltivare il proprio consenso piuttosto che rendere omaggio ad un connazionale vittima di una guerra odiosa, e stare accanto ad una famiglia dilaniata dal dolore di una perdita ingiusta e assurda. Ieri, al rientro della salma del giovane giornalista in Italia, era presente soltanto il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il Ministro dei Rapporti con il Parlamento Riccardo Fraccaro e il Presidente della provincia autonoma di Trento Maurizio Fugatti.

 

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