“Il colloquio”, al Napoli Teatro Festival debutta il trittico femminile previsto al Bellini in autunno

Tre donne, tre esistenze, tre vite a confronto e non senza scontri, interpretate da un trio maschile strepitoso per la kermesse teatrale giunta alla XIII edizione a Napoli.

di Renato Aiello

“Il Colloquio” | Foto: Malì Erotico

Abbiamo ancora tutti impresse nella mente le immagini di inizio quarantena, quando si verificarono delle proteste sia all’interno dei penitenziari tra i detenuti, sia all’esterno tra le donne, le mogli dei carcerati e la polizia a causa dell’emergenza covid.

I timori legati alla diffusione del virus nelle celle provocarono tumulti e risse e in quell’occasione abbiamo potuto constatare tutta la rabbia delle donne senza notizie dei loro mariti, dei compagni reclusi, la frustrazione e la disperazione stampata sui loro volti.

La stessa che si accende spesso durante Il Colloquio, lo spettacolo di Eduardo Di Pietro e del Collettivo LunAzione (una produzione Fondazione Teatri di Napoli – Teatro Bellini), andato in scena domenica 12 luglio nel Giardino Romantico di Palazzo Reale a Napoli per il XIII Napoli Teatro Festival Italia, un’edizione 2020 anche quest’anno diretta da Ruggero Cappuccio.

Il titolo fa riferimento al colloquio atteso per settimane, a volte mesi dalle compagne e dalle madri dei carcerati, angosciate e dimezzate nelle loro esistenze al pari degli uomini in cella. Raramente si immagina questa condizione sospesa, spesso cristallizzata nell’immaginario collettivo in quella figura della moglie del boss, nutrita da film e innumerevoli serie TV.

Donne che giocoforza diventano anche loro uomini, figure paterne data l’assenza dell’uomo di casa (come accade in tante separazioni familiari), a volte violente, di sicuro irascibili e intrattabili.

Non sono da meno le tre protagoniste, anzi sarebbe più corretto parlare di protagonisti visto che sono tre uomini a dare loro l’acqua della vita sul palco: l’essenza del teatro da millenni, ovvero l’uomo che impersona la donna. Renato Bisogni, Alessandro Errico, Marco Montecatino esordiscono con il rossetto passato sulle labbra, si presentano agli spettatori agghindati nei loro scialli e pellicciotti appariscenti, tutti provvisti del classico bustone a quadroni delle massaie napoletane.

Le scintille scoppiano subito, i caratteri esuberanti non lasciano dubbi sull’evoluzione del loro rapporto, e tra le due navigate spicca subito la nuova arrivata, ingenua fin dall’abbigliamento, per non parlare del contenuto della sua busta. I suoi sogni di attrice condannata a un lavoro di estetista, e presto anche a quello di ragazza madre, sono smontati subito dalle altre due in fila come lei, rassegnate ormai alle stesse catene che privano i loro uomini della libertà. La maternità affrontata nei loro discorsi fa subito pensare a un cordone ombelicale che li lega invisibilmente ai loro uomini, un cordone che però non dà vita, non fornisce nutrimento, bensì strozza, piega desideri e ambizioni, soffoca i desideri di cambiamento e le condanna a un limbo dantesco senza fine.

Tre personaggi che si confermano simbolo di una condizione comune, nel significato tipicamente greco del termine symbolon: quella tessera o anello spezzato che suggellava nelle antiche polis un accordo, un patto tra persone o famiglie. Il trattato stipulato qui però è fatto di ansie, privazioni, paure per il futuro, accessi di ira incontrollati intra e extra moenia, dentro così come fuori le mura.

La felice intuizione dell’opera sta proprio nell’aver raccontato un trittico femminile con interpreti maschili, fisici, a tratti violenti, e in un momento persino proponendo un colloquio di “prova” in cui la più naif delle tre si confronta col compagno galeotto e con la guardia giurata inflessibile.

Distanziate inizialmente come ormai siamo abituati a fare tutti nelle attese post Covid, e poi sempre più vicine e combattive, le tre infelici si ritroveranno sotto un ombrello grande abbastanza per riparare solo le loro teste, mentre l’attesa prosegue come quella del Godot di Beckett. Vincitore del Premio Scenario Periferie 2019, Il Colloquio è stato prima portato sulle scene di Milano, Roma e Bologna, e solo adesso arriva nella città a cui è ispirato, nel Mezzogiorno che da sempre è periferia esistenziale prima ancora che economica, politica e sociale.

In autunno, misure anticovid permettendo, debutterà al Teatro Bellini di Napoli e per chi l’avesse perso domenica scorsa ne è vivamente consigliata la visione. Per riflettere, capire, cercare di comprendere e, soprattutto, emozionarsi.

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