Il richiamo dell’Irlanda. Diario di un viaggio.

di Francesca Pegozzo

Foto: Francesca Pegozzo

Gennaio 2019.

Finalmente decido di partire.

Ho fatto il primo viaggio dell’anno. Si, sono partita. Me ne sono andata per quattro giorni.

Ho staccato la spina.

Sono approdata in una terra che non avevo mai visto, ma che in qualche modo ho sentito sempre parte di me.

Tra narrazioni fantastiche, mitologiche, curiosità, documentari visti alla televisione, ho deciso di andare in Irlanda.

SI! E’ inverno. Il tempo non è una garanzia ma quando l’esigenza di respirare nuova energia è talmente forte quanto necessaria, ci si organizza ad ogni inconveniente: freddo, pioggia, vento, neve.

Se lo stress, la pesantezza del quotidiano è abbastanza opprimente, non sarà qualche grado in meno ad abbatterti, o la pioggia.

Anzi può crearsi l’avventura in questi casi. Puoi mettere alla prova te stesso in una condizione più naturale della tua vita, invece che dover avere spade e scudi per pensieri pesanti di ordine giornaliero.

Così inizia il mio viaggio, già dentro di me. Con la voglia di arrivare in tempo a quell’appuntamento. In quel luogo specifico. Alla costa occidentale dell’Irlanda dove si vede lo spirito selvaggio dell’oceano che con una cornice movimentata esalta le alte scogliere, le  famose Cliff.

Sono atterrata a Dublino avendo sempre il fiato in sospeso per l’eccitazione di andare ad ovest. Non mi curavo in quel momento della città che ho visitato nei giorni a seguire.

Il mio obiettivo era esattamente arrivare lì, io alta, davanti all’oceano maestoso e forte.

Il viaggio in auto e’ stato lungo. Partenza Dublino arrivo a  Galway.

Ho fatto una tappa a metà strada e mi sono fermata a ciò che resta del monastero di  Clonmacnoise, detto il cuore sacro d’Irlanda, fondato da San Ciaran nel 400 ca D.C.

Le croci celtiche, le tombe, questi resti che decorano in qualche modo il paesaggio emanano sapore di antico, emanano sacralità, emanano il vero principio cristiano, paleocristiano.  I monaci erano artisti, costruttori e amanuensi.

Si percepisce un clima di comunità, di collaborazione e di accoglienza. Questo era un punto di arrivo per tutti i pellegrini Cristiani.

Attorno a questi resti si può notare come si estendeva la vita di un villaggio.

Il monastero venne spesso saccheggiato dai Vichinghi, ma nonostante i vari attacchi, gli abitanti del villaggio procedevano sempre a risistemarlo. C’era bel tempo quando sono arrivata. Erano le 16.30, alle 17.00 c’era la chiusura della struttura organizzata per le visite, sono riuscita a fare il mio giro anche se velocemente. In qualche modo questo passaggio mi ha toccato: e’ un pezzo di storia realmente accaduta, documentata, è un pezzo iniziatico di una delle religioni più  importanti del mondo in occidente.

La sera non mi  aveva ancora permesso di arrivare a quell’appuntamento.  O meglio, sono arrivata a Galway ma era buio.  Ci vuole la complicità della luce del giorno e se si ha un po’ di fortuna anche la complicità del sole.

Ormai ero lì vicino. E l’indomani si sarebbe compiuto il sogno di questo viaggio.

L’intensità della notte non è come in Italia. La notte sembra sia un lungo imbrunire e la mattina, in questo periodo, appare dopo le 8.

Lo strano silenzio del risveglio, quasi irreale e la pioggia che batte sui lucernari mi hanno avvisato che era arrivato il momento che attendevo.

Il cielo e la terra erano divisi in due parti longitudinalmente: da una parte una nebbia fitta che faceva muro e non permetteva di vedere nulla e dall’altra un cielo terso, soleggiato con un spicchio di arcobaleno.

La terra è speciale. Tutto intorno a me vedevo  la terra scura  alternata da campi di un verde estivo tutto particolare. In inverno? Quel verde meraviglioso che accompagna la vista degli abitanti c’è per tutto l’anno.

Come la natura può togliere ore di luce, il sole, il tepore, può restituire qualcos’altro.

La terra è ricca di minerali ed il clima è molto umido e piovoso, ecco la formula magica per creare un verde estivo per tutto l’anno.

Chiaramente mi spingo verso il sole,parcheggiando l’auto, seguo un percorso a piedi agreste che si direziona in salita.

Per quanto fossi dotata di scarponcini, il fango mi faceva spesso scivolare, ma quel verde magnifico mi sosteneva nel percorso, come fosse una fiaccola ad illuminare i passi.

All’improvviso, per quanto si possa intravedere qualche scorcio mentre si cammina, non si può avere idea di cosa quel sentiero possa costeggiare.

Finalmente, ciò che gli occhi vedono fanno sussultare un senso di infinito. E tu sei parte di quell’infinito.

L’oceano, proprio sotto gli occhi, sbatte ferocemente contro le scogliere, e tu sei lì, sulla loro punta a circa duecento metri di altezza e per quanto in alto tu sia, per quanto umano, stressato, vivente altrove tu sia, ti senti catturato da quello che i tuoi occhi vedono, e riaffiora in te quella parte che tieni in silenzio spesso, la natura. Tu sei parte della natura e di quell’infinito.

Proprio lì, nascoste dall’acqua, passano le balene, le megattere, i delfini. Ci sono tante specie di uccelli che fanno il nido sulle pareti delle scogliere. E li vedi volare in continuazioni. Ci sono anche i corvi, meravigliosi pennuti che hanno imparato a socializzare con l’uomo per avere qualche pezzo di pane in cambio, e non è vero che sono completamente neri, tra quelle piume famose nere ci sono sfumature di un blu viola incantevole.

C’è il suono dell’oceano, c’è il canto degli uccelli, c’è questo verde attorno che accompagna con armonia la visuale.

Ora c’è il sole,ora la pioggia, ora l’arcobaleno.

Oltre si vede solo ed ancora l’oceano.

Sarei voluta fermarmi lì per un “ per sempre”.

Chiamiamola natura, chiamiamolo Dio, chiamiamola energia creatrice: ho assistito incantata a qualcosa di magnifico che ha nutrito i miei occhi, ripulito i miei pensieri e rinfrancato l’animo.

In questi momenti penso quale sia davvero il senso delle nostre vite:

Star bene? Essere felici? Sentirsi parte della propria natura?

Faccio un lavoro di servizio per gli altri.

Lo potrei fare anche restando qui?

Credo sia normale e che accada a tanti quando fanno un viaggio di chiedersi perché vivono nella loro città e restano a fare magari qualcosa che non piace o che devia dalla natura dell’essere umano. E quasi si spazia dentro di se per cercare, come in uno scatolone vecchio dei giocattoli, il nostro preferito.

Che cosa ci piacerebbe davvero fare o vivere?

Si sa anche che il tempo di un viaggio è limitato.

Il mio era scandito da quattro giorni.

Gli ultimi due li ho trascorsi in città.

Vivo in città tutto l’anno.

Vivo a Padova: una quarantina di minuti dal mare e poco più di un’ora dalla montagna. Ma sono sempre in città.

Dopo più di quarantanni sono stanca dei centri commerciali,dei grandi supermercati, del traffico, delle corse, di acquistare.

Dublino è una città di porto.

Restando fedele al cuore naturale di questo racconto, l’ultimo giorno, avendo pernottato in albergo, mi sono svegliata con il suono dei gabbiani..

Il gabbiano richiama il mare, l’oceano e quel risveglio non mi sembrava tanto un richiamo a tornare a casa, ma un richiamo a prendere un’imbarcazione e continuare l’avventura della mia vita altrove, ovunque ed altrove.

La realtà è ben diversa, si sa.

Ho visitato questa città che è molto a misura d’uomo.  Non sono riuscita a visitare molte opere architettoniche poiché la mia visita era fuori stagione, quindi  questo periodo viene utilizzato per le manutenzioni.

La cattedrale di San Patrizio sembra davvero una costruzione estemporanea. La cosa sorprendente è vedere collocata questa opera in stile prettamente gotico, quindi epoca medioevale, accanto a edifici moderni, gente moderna,  che indossa vestiti moderni…Sembra che il moderno sia fuori luogo, e non la cattedrale.

Nel cortile della cattedrale c’è un parco, chiaramente ricoperto di erba verde, e, all’inizio, a  sinistra, dopo essere entrati in questo parco, c’è un’aiuola piccolissima con delle primule. Posso garantire che vi erano pochissimi gradi e molto vento: si dice che San Patrizio proprio dove nascono le primule, benediceva chi entrasse.

Gli Irlandesi sono persone semplici e davvero molto gentili, pronti ad aiutare il turista o chi è straniero, lo spirito Cristiano credo prenda forma in questa loro caratteristica. Anche se vi sono delle lotte intestine tra Protestanti e Cattolici.

 Non posso trascurare l’impatto della gastronomia di questo paese: ho mangiato molto bene. Famosa è la carne di Angus. Ho assaggiato il pudding, che anche se si allontana dalla mia idea di nutrimento, essendo fuori dalla mia patria, credo sia giusto assaggiare il cibo autoctono che troverei esclusivamente qui.

Il pudding è un miscuglio di interiora ( rognone) aromatizzato con varie spezie. Lo presentano in piccoli medaglioni.

Ho assaggiato una specie di spezzatino o goulash, servito molto liquido con tocchetti di carote, sedano cipolle e manzo, accompagnato da del pane scuro, morbido, buonissimo, gustoso sul quale si usa spalmare del burro salato.

Dentro a questo piatto si può trovare anche una specie di polpetta di patata.

Quasi scordavo: L’Irlanda è la patria della birra Guiness, essendo in ottima compagnia, la media erano 3 boccali al giorno. Il colore scuro, il sapore fresco e leggero, nonostante il contrasto del colore,  invitava a soffermarsi ai pub e rabboccare un’altra pinta.

Per i palati raffinati si possono degustare dei wisky meravigliosi.

Non sono un’amante dei super alcolici o delle grappe o dei wisky, ma paese che vai degustazione che trovi.

Così mi hanno insegnato a degustare un wisky “ torbato”. La torba sa di terra, proviene dalla terra.

Il gusto è forte ed intenso quasi da superare, per me, il fastidio del bruciore dell’alcol che scorre in gola.

Il rituale è sorseggiare dell’acqua con del ghiaccio per neutralizzare i sapori della bocca, e lentamente assaggiare questo wisky dal coloro oro scuro e dal sapore mistico. Ricorda il viaggio stesso. Ricorda la navigazione. Ricorda la tradizione. Ricorda i grandi uomini. Ricorda le origini del posto.

Un’altra prelibatezza che ho assaggiato sono gli Scones: sono dei “paninetti” poco dolci che possono essere farciti con marmellate e panna o con degli affettati o ancora con del burro salato, dipende dai gusti personali.

L’ultima particolarità che mi sento di descrivere sono i Pub.

Il Pub è un ritrovo, un momento dove interagire, conoscere confrontarsi con gli altri. L’estetica e l’arredo mi hanno un po’ deluso, quasi se qui in Italia venisse calcato uno stile di arredo esagerato.

Il legno vissuto, vecchio c’è, ovunque, strane forme di riscaldamento a gas con delle lampade dal soffitto calde, poca luce, birra ovunque e, ad una certa ora quello che qui in Italia non c’è, e per quanto l’arredo possa imitare uno stile, non sarà mai Irlanda, perché ad una certa ora ciò che unisce gli animi Irlandesi è la musica.

Musica dal vivo, musica gioiosa, musica tradizionale, musica celtica, ritmo, piedi che battono a terra, corpi che non riescono a stare fermi.

Sono rientrata in Italia davvero appagata, rasserenata. Arricchita.

Penso che i soldi ed il tempo impiegati a viaggiare siano il migliore investimento per aprire la mente, e per conoscere le meraviglie del nostro pianeta.

Ecco, questa è l’Irlanda conosciuta in questo viaggio.

Sono Sicura che ci ritornerò.

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