L’abbandono, ferita emotiva che interferisce nelle relazioni funzionali

Abbandono, rifiuto, umiliazione, tradimento, ingiustizia, senso di colpa. Il sentirsi soli ci fa percepire un pericolo reale, quello di non farcela. 

di Francesca Pegozzo

Le ferite emotive sono cinque. L’abbandono, il rifiuto, l’umiliazione, il tradimento e l’ingiustizia. Per Bert Helingher, filosofo psicologo tedesco di questo secolo padre delle costellazioni sistemiche familiari, ce n’è un’altra, il senso di colpa.

Ho deciso di dare il mio contributo grazie a dei laboratori di analisi conseguiti con i gruppi nel mio studio e nelle sedute individuali.

La prima in classifica, nell’elencazione, ma non per ordine di importanza è l’abbandono.

Normalmente risentiamo di tutte e cinque le ferite, ed oggi voglio dare luce proprio a questa.

Ferire deriva dal termine ferro, abbattere con il ferro. Prova a pensare quando ti senti ferito emotivamente con quale grado di abbattimento fai i conti.

L’abbandono ci fa sentire smarriti e privi di importanza. L’allontanamento di qualcuno che noi riteniamo fondamentale per la nostra esistenza o benessere, ci porta a confrontarci con quello che l’altra persona sceglie, e che non saremo noi.

Il sentirsi soli ci fa percepire un pericolo reale, quello di non farcela. Ci tiene isolati da un nutrimento emotivo ed apporta tristezza e desolazione. Vi sono varie sfumature di questa ferita, sofferenza. Chi ha l’imprinting di questa lesione emotiva, modifica la sua personalità e il suo carattere. Quando non viene elaborata, metabolizzata, compresa questa parte lesa del nostro cuore, ci creiamo una vita molto difficile, e ci sentiamo sempre in lotta con il mondo intero. Non ci sentiamo accettati, importanti. Diamo vita a sentimenti che sembrano provenire dall’amore, ma sicuramente è un amore ferito, un amore impaurito. Vi sono vari gradi di difficoltà nelle esperienze della vita. Mi ritrovo a formulare questa frase: “Forse è stato troppo per te quello che hai vissuto, mi dispiace”. Questa frase interviene con comprensione ed apre le porte alla stanchezza nel dover lottare per farsi amare, per sentire un amore che proviene dall’esterno, anche per noi stessi, per sentirci appartenenti. In realtà quello che viviamo è un mezzo per raffinare la nostra coscienza, ed è proprio per questo che mi trovo a lavorare molto sulla comprensione di ciò che si vive.

Mi è capitato di accogliere una persona che attraversava un lutto, si sentiva abbandonata. Così mi ha detto: “Non doveva morire adesso, e in questo modo, io cosa faccio senza di lui?” Per quanto possiamo applicare le filosofie religiose e spirituali elevate, un cuore umano sente una fine. E quella fine, apparentemente, è per sempre. Un abbandono assoluto ed ingiusto. Come possiamo concepire che la morte sia giusta?

Tutti noi siamo stati abbandonati: un bambino che vede la mamma andare a lavoro, può registrarlo come un abbandono per esempio. Quando un partner ci lascia, ci abbandona. Quando i genitori determinano l’indipendenza di un figlio, possono abbandonarlo. Non sempre vi è un’intenzione malevola, ma nella situazione, in modo soggettivo, si percepisce un’emozione dolorosa e ci riconduce ad un abbandono “ cattivo”. Non solo ciò che abbiamo vissuto in questa vita determina alterazioni della comprensione emotiva degli eventi, ma abbiamo anche molto registrato nel nostro DNA.

Da adulti, a causa di questa ferita presente, come interferiamo nella realizzazione delle relazioni?

Se sento di essere abbandonato, sicuramente metto in atto dei comportamenti che mi rendono abbandonabile.

Le maschere dell’abbandonato rendono una persona sempre disponibile, che fa di tutto per farsi accettare, quindi farsi tenere, entrando in una prostituzione emotiva. La persona che non vuole più percepire il dolore dell’abbandono dice sempre di si, rendendosi disponibile, e cerca di creare dipendenza nelle relazioni, mettendo sempre in auge il partner e dandogli anche ciò di cui non ha bisogno, da creare un senso di debito impossibile da azzerare. Il ragionamento inconscio è questo: “Tu sei la persona più importante per me, ti voglio dare tutto quello che ho, anche di più, faccio in modo  di non creare moventi per farmi abbandonare, perché non ne avresti motivo, perché io ci sono sempre per te”.

Il “troppo dare” è un’invasione e con l’andar del tempo, questo, tende a costringere  l’altro, tanto da stancarlo, perché si sente ingabbiato, obbligato ed in colpa anche solo a pensare di sentirsi appesantito da tutto quello che gli viene dato. È un circolo vizioso e manipolatorio. Dare con amore non obbliga nessuno, non costringe, significa esserci nel bisogno, e non in modo scontato e nemmeno quando non ci viene richiesto. IN amore, in qualsiasi relazione di affetto ogni partner è solido, felice e sicuro quando l’altro sa badare a se stesso.

L’abbandonato spesso prova molta gelosia ed arriva a livelli di possessione. Da qui, il partner, risvegliato dall’ipnosi di un amore soffocante, si stanca definitivamente e lo lascia. Ed ecco che si ripete un abbandono.(Logico!)

Il processo di elaborazione dell’abbandono richiede molta pazienza con se stessi. Quando si comprende di avere questa ferita emotiva, è consigliabile evitare le relazioni sentimentali e di osservare i processi emotivi interiore quando non veniamo inclusi per esempio dai colleghi in un progetto lavorativo, o nel nostro sociale più personale. Mettersi in discussione sul nostro atteggiamento, chiedersi se ciò che diamo ci è stato richiesto e specialmente se vogliamo qualcosa in cambio, con precisa pretesa, quando diamo qualsiasi cosa di noi, può essere un buono spunto per comprendere, che non siamo nella frequenza dell’amore con il nostro prossimo, ma nel bisogno e nella paura.

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