Le conseguenze dell’approssimazione e del protagonismo

di Marco Marchesini

Mario Calabresi e Luigi Di Maio a DiMartedì | Foto: La7

La settimana scorsa al programma DiMartedì in onda su La7 c’è stato un dibattito piuttosto acceso tra Mario Calabresi, direttore di Repubblica, e Luigi Di Maio, Vicepremier e capo politico del Movimento 5 Stelle e ministro del Lavoro e ministro dello Sviluppo Economico, dove si è parlato di libertà di stampa e persino di querele. Mentre il confronto vergeva alle battute finali, il direttore di Repubblica ha ricordato le querele ricevute da Di Maio stesso e Davide Casaleggio, e ha aggiunto, porgendo a Di Maio alcuni fogli, che “la querela relativa al caso di Raffaele Marra gliela do adesso, così la riguarda e me la rimanda corretta, perché voi avete fatto causa a un signore che si chiama Luigi Calabresi, non Mario Calabresi. Luigi Calabresi era mio padre, che, come saprà, non c’è più da 40 e rotti anni”. “Un errore formale”, si difenderà il vicepremier. Ma per il direttore la svista non è che l’esempio lampante dell’approssimazione con cui il Movimento 5 Stelle opera, che sottolinea invece una mancanza importante di serietà nell’affrontare le situazioni e i problemi più vari, che ora non si limitano alla semplice campagna elettorale, ma al governo di un intero paese.


Questa settimana, invece, l’altro vicepremier e ministro degli Interni e capo politico della Lega Matteo Salvini si trovava in Israele, dove ha incontrato il primo ministro Benjamin Netanyahu e in cui ovviamente non sono mancati i soliti protagonismi tipici del personaggio (soprattutto ora che anche i sondaggi e le piazze gremite sembrano confermare la sua popolarità). Una sua dichiarazione, se non altro controversa, sembra aver scombussolato il ministero della Difesa: Salvini condanna senza mezzi termini l’intero apparato politico-militare Hezbollah, definendolo “terrorista”. La supponenza con cui il vicepremier pretende di conoscere qualsiasi ambito sembra aver tradito una certa mancanza tuttavia importante. L’Italia, infatti, è impegnata in prima linea con l’Unifil, la forza militare di interposizione dell’ONU. La ministra Trenta fa sapere preoccupata dal Ministero della Difesa che: “Non vogliamo alzare nessuna polemica, ma tali dichiarazioni mettono in evidente difficoltà i nostri uomini impegnati proprio a Sud nella missione Unifil, lungo la blue line. Questo perché il nostro ruolo super partes, vicini a Israele e al popolo libanese, è sempre stato riconosciuto nell’area”.


Questi due episodi sembrano esemplificare due aspetti problematici di questo governo. L’approssimazione è uno di questi. La modalità con cui l’esecutivo sembra approcciarsi alle difficoltà che dilaniano il Paese lascia perplessi, perché ci si sente sempre immersi in una perenne aria di propaganda elettorale, dove si parla sempre più spesso di “farò”, di promesse, pianificazioni, e quasi mai di basi concrete che possano sostentare tali progetti. Un’approssimazione che è d’altronde figlia della volontà di consenso che si basa a sua volta su un’idea che concepisce la politica al pari di un aliante, ovvero che va dove tira il vento, dove c’è più possibilità di guadagnare voti e prolungare ancora di un po’ il proprio volo. Figlia anche del nostro tempo, di noi che non abbiamo voglia e modo di star ad analizzare ogni singolo filo di quell’intricato groviglio che è la nostra situazione politica, economica e culturale.

Il problema dell’approssimazione procede di pari passo con il problema del protagonismo, ovvero dell’affidamento che si vuol fare a tutti i costi su una persona sola che vuole dare risposte semplici e immediate ad una realtà che con tali soluzioni è inconciliabile, poiché sempre più complessa e inscrutabile. Abbiamo questa tendenza ad abbandonarci nelle braccia di chi sembra (attenzione, sembra) aver capito e conoscere l’assurda realtà che ci circonda, che ragiona e si impegna ad interpretarla al posto nostro. È una concezione figlia della nostra pigrizia, generata a sua volta da una modernità che ha come principio fondamentale la massima e più immediata fruibilità di ogni cosa, con l’illusione che essa possa rendere tutti esperti in tutto. Ma non lo siamo, e nemmeno una sola persona può esserlo per noi. E fingersi tale vuol dire prendere in giro e far leva su una debolezza facendo finta di curarla, quando invece, quando l’incanto crollerà, essa costituirà un nervo scoperto ancora più fragile. L’Italia (e forse anche tutto l’Occidente) e la sua classe politica è figlia di questo nostro sgomento verso una complessissima realtà che si unisce ad una gravissima pigrizia della mente. Si deve faticare, bisogna impegnarsi, per essere indipendenti. Ma il sonno della ragione sembra aver raggiunto anche il nostro bisogno di libertà.

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