Maturità 2019: tesina, la grande assente

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Anche se la si lascia a prender polvere su uno scaffale, per molti rimane la solida testimonianza di un evento vissuto come una leggenda inesorabile e divenuto poi un dolce – e forse anche un po’ nostalgico – ricordo.

di Marco Marchesini

Mercoledì prossimo migliaia di giovani studenti e studentesse della scuola secondaria di secondo grado si troveranno ad affrontare il famigerato esame di maturità, ormai fisso nell’immaginario collettivo come una sorta di evento leggendario e inevitabile a cui tutti prima o dopo dovranno far fronte.

Le nuove modalità con cui quest’anno si svolgeranno gli esami sembrano voler andare in contro agli studenti: le prove scritte verranno ridotte a due e non ci si dovrà scervellare per trovare un modo di collegare tutte le materie affrontate durante l’anno scolastico in una tesina ben confezionata. Forse più di uno studente ha gioito alla notizia, d’altronde si tratta pur sempre di lavoro in meno.

Eppure, per qualcuno che attraverso il processo di creazione della tesina ci è passato, risulta difficile non avvertire una certa nota fuori posto in tutto questo. E non si tratta dell’introduzione di una discussione riguardante “Cittadinanza e Costituzione”, e neppure del resoconto dell’esperienza (qualora fatta) dell’Alternanza Scuola-Lavoro, bensì della grande assente di quest’anno, la protagonista che in qualche modo, anche se la si lascia a prender polvere su uno scaffale, per molti rimane la solida testimonianza di un evento vissuto come una leggenda inesorabile e divenuto poi un dolce – e forse anche un po’ nostalgico – ricordo.

La scomparsa della redazione di una tesina si inserisce in un processo svalutativo e alienante che ormai da molto tempo si perpetra in Italia, a cominciare dalle scuole (di ogni grado) per finire con la maggior parte delle professioni. È lo stesso processo che non reputa più la cultura né l’educazione come valori fondamentali per una società, quel processo cavalcato e accelerato dalla politica che ogni anno sottrae fondi a educazione e ricerca, quel processo che partorisce automi e non creatori.

È ormai evidente come da qualche decennio la scuola abbia smesso di educare e si limiti a istruire, a riempire le teste di milioni di studenti con una quantità di informazioni di cui, la maggior parte delle volte, non si comprende l’effettiva utilità. Fornire informazioni a scatole vuote stipate in aule anguste: questo sembra essere l’unico compito della scuola. Niente spazio per empatia di sorta, di comunicazione profonda, di stimolo alla discussione, di formazione di pensiero critico. Non c’è da stupirsi, allora, se i giovani, una volta usciti dalle scuole secondarie, seppur ben più colti rispetto alla media europea, non sanno come mettere a frutto le loro conoscenze.

Questo problema trova il suo corrispettivo nel mondo del lavoro, dove non è importante saper creare, ma saper fare quello che si è detti di fare. “Eseguire, non creare”: ecco l’imperativo categorico che si impone nel mondo lavorativo e che tutti gli anni addietro si è imposto nelle aule straripanti delle scuole. Incapaci di ascoltarsi e interrogarsi (perché non abituati a farlo), i giovani si infiacchiscono e soffrono, spesso senza nemmeno rendersene conto. Non percepiscono interesse dal mondo esterno, se non quando questo li concepisce come potenziali consumatori; allora diventano prede appetibili.

Quello che rappresentava la tesina era uno spazio, seppur sempre esiguo, in cui un giovane studente, dopo cinque anni in cui gli sono state dette tante cose, aveva finalmente la possibilità di esprimersi, di trattare gli argomenti che più lo avevano stimolato, di creare un lavoro totalmente personale, con le sue inevitabili imperfezioni e i suoi punti forti; ma il tutto straordinariamente personale e sempre nuovo.

Con la tesina viene soffocata anche l’ultimo spiraglio che un giovane possedeva per farsi ascoltare, per dare il suo punto di vista, di dialogare in maniera feconda con i propri professori.

Prima che nelle tasche, l’impoverimento di una società comincia nelle menti. E quando sono le giovani menti ad essere messe in gabbia, è la società ventura ad essere in pericolo. Cosa vi è di più paradossale, in un paese come l’Italia che prima ebbe una Cultura, e solo successivamente uno Stato, che proprio qui la cultura, l’educazione e i processi creativi vengano messi al bando e ai margini della società, invece che essere posti al centro di essa come base ideale che funga da trampolino di lancio per ogni azione futura?

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