“Quel che resta del sogno”, il racconto del flautista Cesare Bindi

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di Daniela Merola

Cesare Bindi

Cesare Bindi studia al conservatorio “L. Cherubini” di Firenze dove si diploma nel 1978. L’attività musicale lui però, grazie alla sua bravura, l’ha già iniziata nel 1973 suonando in giro per il mondo in Paesi come gli Usa, l’Australia, Francia, Canada, Bulgaria, Ungheria, Germania. Ha eseguito in prima assoluta musiche di Petrassi, Bussotti, Berio, Resti e tanti altri grandi compositori. Nel 1981 partecipa al video “L’Italia, il cuore e la memoria” insieme ad artisti come Pavarotti, Abbado, Freni, i Solisti Veneti e l’Orchestra e il Coro del Teatro alla Scala di Milano. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali. Ha collaborato con la prestigiosa “New York University” e ha suonato al Lincoln Center e alla Carnegie Hall, due luoghi culto per la musica mondiale. E’ considerato uno dei più importanti flautisti al mondo. Ad aprile 2018 ha pubblicato con Laura Cinelli il libro “Quel che resta del sogno”, Pontecorboli editore, un libro che racconta i sogni di bambino del musicista che poi diventa un affermato protagonista.

– Maestro Bindi, grazie innanzitutto per l’intervista. Lei è un flautista di fama internazionale, considerato l’erede del grande Severino Gazzelloni. Lei è anche un innovatore perché è passato dalla musica pop alla classica ed ha suonato nei piccoli posti come nei grandi teatri del mondo. Perché ha scelto proprio il flauto, uno strumento difficilissimo, per fare ed eseguire musica?

La scelta direi che fu del tutto casuale, (come si potrà leggere nel libro) avevo appena sostenuto l’esame di percussione con grande sorpresa perché il maestro ritenne che gli studi fatti come autodidatta avevano dato il risultato più che inaspettato. Fui quindi invitato a scegliere un altro strumento. Pochi giorni dopo in un pomeriggio piovigginoso guardando la TV a Massa M.ma (città dove sono nato) mandarono in onda il concerto per flauto e orchestra di W.A.Mozart, flautista Severino Gazzelloni orchestra sinfonica della RAI di Roma. Fu una folgorazione.

– Cos’è e cosa rappresenta per un grande interprete come lei la musica?

Mi piacerà risponderle con una celeberrima frase di Nietzsche quando dice: <<La vita senza la musica sarebbe un errore>>… ho cercato di non perseguire l’errore, ma la meraviglia che la musica ci restituisce, naturalmente per farla ci vogliono delle condizioni speciali, “il talento, la costanza e la fortuna”, tutte e tre essenziali per perseguire una carriera importante ma piena di difficoltà.

– Diciamolo, per chi non lo sapesse, quante ore si studia al giorno per arrivare ai suoi livelli oltre al talento che bisogna avere?

La musica è disciplina e questa va ricercata nella libertà (ci ricorda Debussy) essere dunque disciplinati e liberi è un esercizio difficilissimo anche se possibile. Studiare è la condizione inevitabile per ottenere dei risultati, non esiste la fortuna in questo caso, lo studio sostenuto dal talento necessita di meno ore, ma non penso che un grande campione dello sport (solo per fare un esempio) non partecipi agli esercizi e l’allenamento per strabiliare nella maniera che lo contraddistingue come atleta e come uomo. Personalmente non amo molto il genio e sregolatezza, credo appunto che senza una disciplina artistica e morale si finisca per limitarsi.

– Lei è stato premiato nel 1985 a Palazzo Vecchio di Firenze come miglior flautista della sua generazione, e questo è solo uno dei tantissimi premi ricevuti. Cosa significa per lei avere un riconoscimento per il suo impegno e la passione che dedica alla musica?

Beh, quando si è giovani si pensa solo al risultato, si cerca cioè di ottenere subito quello che si desidera, senza però rendersi conto che senza sofferenza non si sale al bello. Un premio fissa un momento della nostra vita, forse lo esalta, ma non lo definisce del tutto, ci stimola quindi affinché il meglio debba ancora venire.

– Ha collaborato con tantissimi musicisti ed autori, anche per fare un esempio al secondo album da solista di Riccardo Fogli. Il suo istinto musicale cambia se esegue musica pop o classica?

Da ragazzino, quando appunto studiavo in Conservatorio suonavo la batteria con Riccardo, un amico fraterno ancora oggi, con cui ho condiviso la mia gioventù suonando in mezzo mondo. Ricordo ancora oggi con molta gratitudine la fatica alla quale l’ho sottoposto dovendomi accompagnare la mattina in Conservatorio dopo una notte di viaggio, magari dopo una serata fatta a 500 km di distanza, mi aspettava con molta pazienza e poi via ancora per un altro concerto. Con noi anche Fabio Pianigiani (l’autore di tutte le più belle canzoni di G. Nannini) e Marcello Aitiani oggi pittore di grande interesse. Comunque l’album registrati con Riccardo sono molti di più di quello.

“Quel che resta del sogno”

– Ad aprile 2018 ha pubblicato con Laura Cinelli il libro “Quel che resta del sogno”, un libro dove lei racconta tutto il suo percorso musicale, dai sogni di bambino ai sogni realizzati in età adulta. Come mai ha deciso di raccontarsi in un libro?

Per la verità ho fatto di tutto per non scriverlo questo libro, pensavo che in fondo non interessasse a nessuno e invece…sono già alla 14° presentazione ed altre ancora mi attendono. Laura Cinelli è stata una collaboratrice preziosa, mi ha corretto nella proposta, mi ha indirizzato nei dettagli e infine ha elaborato il libro in forma in Romanzo, dato che io ero ossessionato dalla paura che poteva passare per autoreferenziale, cosa della quale mi sarei tenuto alla larga. Inoltre i tanti amici giornalisti e naturalmente non ultima, la più grande sostenitrice è stata Donatella, la mia attuale compagna, con tenacia mi ha sostenuto affinché raccontassi una storia che leggendola posso garantire riguarda molti di noi. Tutto sotto l’egida dell’editore Angelo Pontecorboli che ha pubblicato “Quel che resta del sogno” dopo averlo rifiutato stimolandomi nel dettagliare di più di quanto non avessi fatto.

– Possiamo sapere attualmente a cosa sta lavorando?

Sto lavorando con una certa cautela alla mia prima Opera lirica in un atto e quattro quadri. Il titolo “Pescalune” storia ambientata in Francia in Camargue alla cui vicenda ci sono due ragazzi giovanissimi Mirejo (soprano) di famiglia cattolica francese e Michele (tenore) naturalizzato in quella terra ma di origine mussulmana. Da qui una vicenda che ripete quella di Romeo e Giulietta o come in tempi più recenti West Side Story. Sono alle fasi finali e spero di finire per il 2019. Da quel momento però il tormento e l’estasi sarà quello di trovare un teatro disposto a produrla. Sempre per il 2019 sto preparando un giro con un orchestra sinfonica est europea, dove non sarò solo solista ma anche direttore. E poi volerò finalmente in Giappone a sentire mio figlio Mattia in arte Mat Twice che in quella terra sta ottenendo come cantante un meritato successo, in fondo il futuro è suo e io sono con lui.

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