Settantacinque anni di Repubblica italiana, il primo voto importante delle donne

Nel 2020 – il 2 giugno – ricorre  il settantacinquesimo anniversario della Repubblica Italiana, e contestualmente anche l’anniversario del diritto di voto alle donne.

di Ersilia Di Palo

Le donne, per secoli, private di ogni diritto politico e civile, discriminate e relegate ad una condizione di inferiorità,  videro in quel diritto di  voto il  primo passo per un riconoscimento paritario con gli uomini. Fu una svolta radicale nella storia del nostro paese, fu l’approdo di un lungo percorso, di una lunga battaglia per i diritti umani , che, iniziata con le suffragiste dell’Ottocento e con le pioniere del  femminismo italiano,  Anna Maria Mozzoni e Anna Kuliscioff,   ebbe il suo epilogo  nella  partecipazione in  massa delle donne nella Resistenza. Partigiane, staffette  combatterono  e  a migliaia morirono sotto i colpi del nazi-fascismo per liberare il nostro paese dall’oppressione tedesca.

Su proposta di De Gasperi e Togliatti, con il Paese ancora diviso, il Centro-Sud liberato e il Nord  occupato dai tedeschi, il Consiglio dei Ministri, presieduto da Ivanoe Bonomi, emanò il Decreto legislativo luogotenenziale 2 febbraio 1945, n. 23, che riconosceva il diritto di voto alle donne. Fu finalmente reso alla donna quella giustizia e quell’uguaglianza di diritti che è alla base di ogni ordinamento democratico.

Il 2 giugno del 1946 fu un giorno  indimenticabile nella storia d’Italia. Gli italiani furono chiamati alle urne per scegliere tra Monarchia e Repubblica ed eleggere 556 deputati  dell’Assemblea Costituente,  incaricata di redigere la nuova Costituzione. Per molte la prima occasione di voto era già avvenuta tra marzo e aprile di quello stesso anno per le elezioni amministrative in molti comuni d’Italia. Per milioni di italiane, invece, era una assoluta novità. Per la prima volta  le donne italiane abbandonarono il focolare domestico e si recarono in massa alle urne.

Repubblica o Monarchia? Questa era la domanda di fronte alla quale si trovarono quasi 13 milioni di donne di diversa estrazione sociale e culturale, moltissime anche analfabete,  ignare della differenza  tra una forma di Stato e l’altra, ma tutte felici di prendere parte alle scelte politiche dello Stato Italiano.

Le donne che votarono per la prima volta si videro schierate  fianco a fianco agli uomini, in una fila interminabile e con una forte emozione nel cuore. Maria, diploma di maestra, oggi 96 enne, visse quel 2 giugno come un giorno di festa, indossò la sua toilette più bella e  dopo  una lunghissima attesa davanti al seggio elettorale, entrò finalmente   in quella piccola cabina con il cuore carico d’ansia. Stringeva nelle mani le schede elettorali come se fossero stati biglietti d’amore, le tremavano le mani, aveva paura di sbagliare, di sporcare la scheda e di rendere nullo il suo voto. Ricorda gli sguardi diffidenti dei   maschi che la facevano sentire come un’ usurpatrice di un diritto che per secoli era spettato solo a loro.

“Che ne capivano le donne di politica!”, questi erano i loro commenti ironici e sarcastici. Tuttavia, quel voto sgretolava finalmente le ragioni di un privilegio e  cambiava la vita delle donne.

Maria scelse la Repubblica e come lei molte altre che confidavano nell’emancipazione  delle donne nella società, fino ad allora  relegate  ai margini  e riconosciute solo nel ruolo di madre e moglie.

Tina Anselmi, grande protagonista della Resistenza e della Prima Repubblica, così scrisse di quei giorni: “Le italiane, fin dalle prime elezioni, hanno partecipato in numero maggiore degli uomini, spazzando via le tante paure di chi temeva che fosse rischioso dare a noi il diritto di voto perché non eravamo sufficientemente emancipate. Non eravamo pronte. Il tempo delle donne è stato sempre un enigma per gli uomini. E tuttora vedo con dispiacere che per noi gli esami non sono ancora finiti. Come se essere maschio fosse un lasciapassare per la consapevolezza democratica!”.

Nelle elezioni del 2 giugno,  21 furono le donne  elette nell’assemblea Costituente. Una minoranza rispetto ai 535 uomini, ma comunque un buon risultato, se si considera che fino ad allora alle donne italiane era  vietato votare, figurarsi entrare in Parlamento.

Tra queste, cinque furono elette   nella “commissione dei 75”, incaricata di scrivere la Carta costituzionale: Maria Federici, Angela Gotelli, Tina Merlin, Teresa Noce e Nilde Jotti.

In un Parlamento maschilista per tradizione e vocazione culturale, le cinque neo deputate, poco plasmabili  agli ordini  dei rispettivi partiti, seppero,  con competenza e decisione, farsi portavoce delle esigenze, fino ad allora inascoltate, di tutte le italiane, madri, lavoratrici, spose e studentesse, chiedendo uguaglianza tra i sessi, tutele lavorative, sostegno familiare, garanzie per la maternità e pari opportunità formative e professionali.

Merlin riuscì a fare inserire all’articolo 3 della Costituzione quella fondamentale frase, “senza distinzione di sesso”, che è stata, e lo è ancora oggi, alla base di ogni rivendicazione etica e giuridica per il rispetto e l’osservanza delle pari opportunità.

Trent’anni dopo, proprio Nilde Jotti fu la prima donna a ricoprire la carica di Presidente della Camera dei deputati, una delle cinque più alte cariche dello Stato mai ricoperte da una donna prima, occupando lo scanno più alto di Montecitorio per tre legislature, dal 1979 al 1992.

A 71 anni di distanza  il processo di emancipazione femminile  non si è ancora concluso. Oggi più che mai si richiede alle donne un impegno maggiore, affinché ogni campo della sfera pubblica, dalle professioni alla politica, non sia di esclusivo appannaggio maschile.

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