Vivere per lavorare o lavorare per vivere?

di Marco Federico Guarnieri

Quante volte avete sentito dire questa espressione? Negli ultimi mesi probabilmente molte dato che è tornata in auge con la canzone “Una vita in vacanza” del gruppo Lo Stato Sociale. Ma in particolare con ciò intendiamo dire: dedichiamo la nostra intera vita al lavoro per poi avere un tenore di vita medio – alto oppure lavoriamo per portare a casa quanto basta per sopperire alle normali ed indispensabili esigenze di vita?

Viviamo senza dubbio in un momento storico in cui il lavoro scarseggia e nel quale la laurea non rappresenta una scorciatoia sicura per arrivare ad una professione definitiva. Capita però che all’interno della categoria dei lavoratori ci sia un ampio numero di persone che decide di vivere per lavorare. Molti possono essere i motivi alla base di questa scelta: infelicità, solitudine, spasmodica voglia di emergere e di farsi notare. Il medico e psicologo americano W.E. Oates nel 1971 ha usato per questa patologia il termine “workaholism”: un disturbo ossessivo-compulsivo che si manifesta attraverso richieste auto-imposte, un’incapacità di regolare le proprie abitudini di lavoro ed eccessiva indulgenza nel lavoro fino all’esclusione delle altre principali attività della vita (secondo una successiva definizione dello psicoterapeuta Bryan Robinson).

Secondo una ricerca illustrata dalla Rivista di Psicologia Clinica[1], tale patologia consta di diversi step: in una prima fase (uso – piacere – abuso) la dipendenza dall’attività lavorativa s’instaura come un’abitudine all’eccesso di ore dedicate a lavorare e per un cambiamento dello stile di vita, che viene gestito in base ai ritmi di lavoro. Possono emergere disturbi fisici (come mal di testa, mal di stomaco, disturbi circolatori, disturbi cardiaci) e psichici (come disturbi della concentrazione, lieve depressione, paure infondate) che vengono ignorati dedicandosi sempre più al lavoro; subentra poi una fase critica (abuso – comportamento evasivo – assuefazione). Il soggetto accumula lavoro e si sente inutile se non è sotto pressione, si allontana dalle relazioni affettive e dalla vita sociale, incomincia a esaurire le forze fisiche, sperimenta vuoti di memoria e disturbi del sonno. Aumentano l’aggressività e l’impazienza verso i colleghi. Si arriva infine alla fase cronica (assuefazione – dipendenza) accompagnata da un ulteriore ampliamento del tempo dedicato al lavoro, da un atteggiamento estremamente duro verso i colleghi che non condividono uno stile lavorativo analogo, e dall’utilizzo di stimolanti o calmanti. Possono manifestarsi malattie organiche e disturbi psichici gravi.

Come convincere quindi un workaholic a ritornare a vivere normalmente e ad evitare di distruggere se stessi oltre che le proprie relazioni socio-familiari? Se l’ambiente familiare non è già compromesso sarebbe bene che i parenti stretti lo aiutassero creando un clima domestico tale da riportare in lui la voglia di vivere anche al di fuori del contesto lavorativo.

In ogni caso non bisogna mai fare di testa propria ma è necessario rivolgersi ad esperti del settore. A tal fine segnaliamo una Onlus che si occupa della cura delle dipendenze comportamentali e malattie compulsive: la Siipac, con sede a Bolzano, Roma, Città di Castello, Cremona e Novara e con numero verde attivo.

Sarebbe inoltre opportuno far leggere ad ogni workaholic del mondo queste bellissime frasi di José Mujica, presidente dell’Uruguay dal 2010 al 2015: “Abbiamo inventato una montagna di consumi superflui. E li buttiamo, e viviamo comprando e buttando… E quello che stiamo sprecando è tempo di vita perché quando io compro qualcosa, o lo fai tu, non la compri con il denaro, la compri con il tempo di vita che hai dovuto utilizzare per guadagnare quel denaro. Ma con questa differenza: l’unica cosa che non si può comprare è la vita. Essa si consuma. Ed è da miserabili consumare la vita per perdere la libertà. Se non ti abitui a vivere con poco, con il giusto, dovrai vivere cercando di avere molte cose e vivrai solo in funzione di questo. Ma la vita se ne sarà andata via… Oggi la gente si preoccupa di comprare, in una corsa infinita. E allora non ha più tempo per le cose elementari, che sono molto poche e sono quelle di sempre, le uniche: le relazioni fra genitori e figli, l’amore, gli amici… Per tutto questo c’è bisogno di tempo!”

[1] Work addiction: quando il lavoro diviene una dipendenza di Roberto Pani* e Samanta Sagliaschi, Rivista di Psicologia Clinica n.2 del 2010, pag. 68.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.